sabato 5 ottobre 2013

LA LEGGENDA DELLA BORA

Molti, molti anni fa Vento, scorrazzando per il mondo con i suoi figli, tra cui Bora, la più bella e la più amata, capitò in un verdeggiante altipiano che scendeva ripido verso il mare. Bora si allontanò dall’allegra brigata dei suoi fratelli, per correre a scombussolare tutte le nuvole che si trovavano in quell’angolo di cielo e a giocare con i rami dei quercioli e dei castagni, che si agitavano ...nervosi al suo passaggio. Dopo un po’, stanca di correre di qua e di là senza alcuna meta, Bora entrò in una grotta dove, nel frattempo l’umano eroe Tergesteo, un Argonauta sulla via del ritorno dall’impresa del “Vello d’Oro”, con l’invitta spada Buriana al suo fianco, si riposava dal lungo viaggio.Tergesteo era così forte e così bello e così diverso da Vento, e da Mare e da Terra e da tutto quello che fino a quel momento Bora aveva visto e conosciuto, che di colpo se ne innamorò. E di colpo fu passione tempestosa, passione che Tergesteo ricambiò con eguale impeto: e i due vissero felici in quella grotta tre, cinque, sette splendidi giorni d’amore. Allorché Vento si accorse della scomparsa di Bora (ci volle un bel po’ di tempo perché i suoi figli erano tanti e molti di loro parecchio irrequieti) si mise a cercarla tutto infuriato. Cerca di qua, cerca di là, cerca che ti cerca - al vedere tanta furia tutti si nascondevano al suo passaggio- finché un cirro-nembo brontolone, irritato da tutto quel trambusto, gli rivelò il rifugio dei due amanti. Vento arrivò alla grotta, vide Bora abbracciata a Tergesteo, e la sua furia aumentò enormemente. Senza che la disperata Bora potesse in alcun modo fermarlo, si avventò contro l’umano, gli strappò la spada dal fianco, lo sollevò e lo scagliò contro le pareti della grotta, finché l’eroe restò immobile al suolo, privo di vita. Vento, per nulla pentito del suo gesto, ordinò a Bora di ripartire, ma lei impietrita dal dolore non ne volle sapere. Bora piangeva disperatamente e ogni lacrima che sgorgava dal suo pianto diventava pietra e le pietre erano ormai talmente tante, ma tante, da ricoprire tutto l’altipiano. Allora Odino, che era un Dio saggio, ordinò a Vento di ripartire e di lasciare Bora sul luogo che aveva visto nascere e morire il suo grande amore: ma Bora ancora non smetteva il suo pianto. E allora Terra, preoccupata per tutte quelle pietre, che rischiavano di rovinarle irrimediabilmente il paesaggio, concesse a Bora di regnare sul luogo della sua disperazione e le affidò la spada di Tergesteo con il potere -in caso di pericolo - di chiamare venti di tempesta in difesa del suo Regno. E Cielo, per non essere da meno di Terra, concesse a Bora di rivivere ogni anno i suoi tre, cinque, sette giorni di splendido amore. Allora, e solo allora, Bora smise il suo pianto.Le storie dei grandi amori finiti male commuovono sempre e anche la grande Madre Natura sentì un piccolo nodo alla gola nel vedere la disperazione di Bora. E così dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, che da allora inonda di rosso l’autunno carsico. Anche Adriatico non volle essere da meno e diede ordine alle Onde di lambire il corpo del povero innamorato ricoprendolo di conchiglie, di stelle marine e di verdi alghe. Così che questo si elevò alto verso il cielo diventando più alto di tutte le alte colline, che già coprivano quest’angolo di mondo. E i primi uomini giunti su queste terre si insediarono sulla collina di Tergesteo e vi costruirono un Castelliere con le lacrime di Bora divenute pietre. Con il passare del tempo il Castelliere divenne una città, che in ricordo di Tergesteo venne chiamata Tergeste, dove ancora oggi Bora regna sovrana, soffiandovi impetuosa: ”chiara” fra le braccia del suo amore “scura” nell’attesa di incontrarlo